Una persona eccezionale (1)
“HO CONOSCIUTO UN PRETE: NEL CUORE MI E’ RIMASTO UN SEGNO DI LUCE”
Queste parole le ha pronunciate il mio carissimo amico Bertino. Le ho fatte subito mie e lo ringrazio per aver espresso in modo semplice ed allo stesso modo completo pensieri e sentimenti che mi appartengono in toto e che io non sarei stato capace di esprimere allo stesso modo.
Mi sono domandato come avrei potuto fare per esprimere la mia riconoscenza a Bertino : ho deciso di inserire la sua preghiera nel mio sito quale espressione di riconoscenza e di condivisione totale del suo scritto.
Non mi interessa se da un punto di vista della comunicazione possa risultare troppo lungo. A me interessa sottolineare che come ho ricevuto la mail, ho letto tutto d’un fiato le poche pagine ricevute e mi sono commosso al ricordo del tempo trascorso in Arcivescovado a Bologna ospite anch’io del Cardinale Giacomo Lercaro e della sua grande e numerosa famiglia. Poi ho diviso il suo scritto in 4 parti per agevolarne la lettura, ma la sostanza non cambia di molto!
Grazie Bertino.
“HO CONOSCIUTO UN PRETE: NEL CUORE MI E’ RIMASTO UN SEGNO DI LUCE”
Villanova Marchesana è un piccolo paese di 1200 anime nella provincia di Rovigo adagiato ai piedi dell’argine del Po: un gruppo di case attorno alla chiesa parrocchiale con l’edificio comunale, l’asilo, la farmacia e un bar-trattoria. È posto a circa venti chilometri dal punto ove si verificò la rotta di Occhiobello nell’alluvione del 1951, a venticinque chilometri da Rovigo e undici da Adria.
In questo ambiente sereno, preceduta da giorni di ansia e di preoccupazione, dal nervosismo e da un intenso lavoro sugli argini nella speranza di evitare eventi disastrosi, nella notte fra i giorni 20 e 21 novembre 1951, in un silenzio denso di foschi presagi e senza particolare veemenza, l’acqua invase le campagne e il centro abitato. Fu possibile evacuare ogni abitazione, ogni stalla, ogni magazzino in un frenetico via vai di mezzi fra le campagne, le abitazioni e l’argine, cercando di portare all’asciutto più materiale possibile. Un abbandono della casa, della proprietà, silenzioso, ordinato, quasi mesto, certamente triste; e si trovò posto all’addiaccio, sull’argine del Po. Si formarono ben presto bivacchi, in attesa di sistemazioni, sia pure provvisorie. Qua e là bestiame attorno a carri e masserizie, qualche fuoco per riscaldarsi, giacché il freddo, la notte, si faceva sentire.
Si era consumato uno dei disastri naturali più gravi in Italia: assieme a tanti altri divenimmo “alluvionati”; e vi fu solidarietà esemplare fra gli scampati alla calamità. Non era ancora pervenuto dall’esterno alcun aiuto. Eravamo soli, lassù sull’argine, fra il fiume che aveva spento la sua incombente minaccia, il suo impeto e una distesa d’acqua a perdita d’occhio.
Alcuni giorni dopo il disastro, in una uggiosa giornata novembrina, proprio su quell’argine che ci era stato approdo di salvezza, si verificò un episodio che lì per lì, suscitò ammirazione, stupore e grande consolazione, ma che in seguito assunse un significato al di là della mia immaginazione e che avrebbe impresso una svolta importante e significativa nella mia vita e in quella degli amici che nell’ occasione facevano parte della piccola brigata: Renzo B., Sandro F., Franchetto D. L., Natalino F., Giorgio B., Rino D. M. e Giovanni B.: l’incontro con l’Arcivescovo della Diocesi di Ravenna e Cervia, mons. Giacomo Lercaro.
De Chirico - Il grande metafisco - opera esposta presso il Museo della Fondazione Lercaro in Bologna - Via Rivareno
Ero di ritorno da un giro, sempre sull’argine in direzione di Crespino, e in prossimità della “piarda” (quello spiazzo ove venivano sistemati i materiali o le merci da traghettare o da trasportare), quando mi sento chiamare a gran voce da don Giovanni T., arciprete di Villanova, anche lui sull’argine con un gruppetto di amici ed un altro sacerdote. Mi avvicino e dopo lo scambio di saluti, mi presenta all’uomo di Chiesa che pensavo fosse un semplice sacerdote, anche perché vestiva un semplicissimo abito talare sporco di fango, segno evidente che aveva visitato la zona alluvionata. “Eccellenza” dice don Giovanni , “questo è Bertino, uno dei giovani della parrocchia che studia a Rovigo all’Istituto tecnico per geometri; frequenta il corso per l’ultimo anno che gli permetterà di conseguire il diploma”. L’Arcivescovo mi domandò, prima di tutto come stavo di salute, poi con un’ espressione che metteva l’interlocutore nella più schietta e incoraggiante confidenza come di un padre che si rivolge al figlio, volle informarsi sulla sistemazione che intendevo procurarmi, sui miei progetti di studio o di lavoro. Ascoltò con interesse, approvò i miei propositi e alla fine del mio parlare disse: “Senti Bertino: come ho detto ai tuoi amici, il disastro abbattutosi qui sulla vostra terra non vi permetterà di continuare gli studi. Loro hanno accettato di venire a Ravenna con me, in Arcivescovado, ove avranno la possibilità di non interrompere l’anno scolastico. Vuoi venire anche tu? Il posto in auto c’è e, se sei d’accordo, partiamo prima che si faccia buio”.
L’offerta mi lasciò un po’ frastornato, tanto da non essere pronto alla risposta e mi “incantai”. Don Giovanni mettendomi una mano sulla spalla e scotendomi leggermente mi fece: “Ciò Bertino, rispondi a sua Eccellenza!”. Mi ripresi immediatamente e con l’espressione di chi ritorna in sé mi affrettai a rispondere: “Si, si, grazie eccellenza”.
Furono vinte le comprensibili, naturali incertezze motivate dalla improvvisa, inaspettata offerta; un saluto ai genitori che restavano e a don Giovanni, i quali tutti ci “caricarono” di raccomandazioni (a comportarci bene, a studiare, a non arrecare disturbo) e poi via, verso Ravenna.
È possibile immaginare ciò che in quel momento e durante il viaggio passò nella mia mente e cosa sentivo nell’animo. Il significato di quell’importante incontro sovrastava ogni altra considerazione sulla particolare descrizione dell’avvenimento: Il pastore della Diocesi di Ravenna e Cervia era corso in aiuto a una parrocchia della Diocesi di Adria e Rovigo.
Pellini La madre - Opera esposta presso il Museo della Fondazione Lercaro in Via Rivareno a Bologna
Nel Polesine, ove l’impeto dell’acqua limacciosa, aveva costretto intere popolazioni a trovare rifugio altrove, mons. Giacomo Lercaro giungeva messaggero di speranza e di carità. Era la Provvidenza a visitare coloro che in quel momento si trovavano in grave difficoltà, senza casa (o con la casa allagata), impossibilitati a svolgere qualsiasi lavoro e a provvedere al proprio sostentamento.
Impressionò non solo noi, ma tutti coloro che vennero a conoscenza della visita singolare, il fatto che il Vescovo della Diocesi sorella, vestito del semplice abito talare, sporco di fango, si facesse carico, per gli abitanti rimasti, del disagio che la situazione creatasi comportava. Non mandò il suo segretario o il responsabile per le attività caritative. Venne lui stesso e vide.
Di quell’incontro e di quella visita a Villanova Marchesana, non esiste alcuna documentazione fotografica, perché non vi erano fotografi al seguito dell’Arcivescovo, giunto fra l’altro, con un’auto del servizio pubblico e senza il segretario.
Arrivati a Ravenna, in Arcivescovado, ci accolse un ambiente austero, ove tuttavia si “respirava” un’aria di accogliente familiarità. Trovammo ad attenderci la madre centenaria dell’Arcivescovo, Aurelia, la sorella Teresa, il segretario don Gianfranco un giovane ospite e Pasquetta la domestica.
Da quel 25 novembre 1951 prese corpo la Famiglia dell’Arcivescovo Lercaro che doveva, con il passare degli anni, assumere un connotato inconfondibile. Una famiglia in cui la trasmissione di valori ci era fatta non come imposizione, ma attraverso gesti, modi ed espressioni della quotidianità, ove si arrivava alla consapevolezza proprio perché gesti, modi ed espressioni erano vissuti da Lui come Padre autorevole prima che come Vescovo.
continua….
Bologna, 17 settembre 2007
UMBERTO BEDENDO




