I Ragazzi del Cardinale (3)
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La famiglia naturale dell’Arcivescovo in quel momento cambiò, anzi si completò. Si aggiunsero altri giovani, figli adottivi perché egli tali ci volle considerare. La tavola dell’Arcivescovo si dovette allungare e così, oltre alle preoccupazioni di carattere ecclesiastico, si aggiunsero quelle della svolgimento dei compiti paterni, del pagamento di tasse scolastiche, dell’attenzione a tutte le nostre necessità quotidiane.
Come abbiamo vissuto nella famiglia di mons. Giacomo Lercaro? In maniera semplice, non eccezionale; più precisamente la eccezionalità stava nel fatto che non capitava tutti i giorni (forse anche oggi non capita) di vivere da figlio nella famiglia di un Arcivescovo.
Dunque, i giovani erano accolti in casa come figli e non come ospiti o forestieri e non corrispondevano alcun compenso né per l’alloggio, né per il vitto; e per quanto era nelle sue possibilità, il Vescovo provvedeva a tutti i loro bisogni; e nulla gli era estraneo di quanto interessava la loro vita fisica e spirituale.
Balla - Panorama con cipresso - Opera esposta al Museo della Fondazione Lercaro in Via Rivareno a Bologna
La generosità di tutti imponeva, nello spirito del Vangelo, il servizio reciproco nel quale, secondo l’insegnamento di Gesù, si esprime la carità; il che comportava per tutti non il peso, ma l’ambizione di rendersi utili, per la pulizia della casa e il servizio della mensa comune; e ci si sostituiva, quando occorreva, agli assenti e agli impediti. Il Padre Giacomo – così lo chiamavamo, e tale era per noi – soleva ripeterci una frase tolta dalla lettera ai Colossesi (Col. 3, 12-13) “Rivestitevi di umiltà, di dolcezza e di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi se uno ha motivo di dolersi di un altro”. Ci sollecitava inoltre ad avere un uguale senso generoso nel superare le difficoltà che sorgevano dalle differenze di origine, di indole, di doti e di atteggiamenti; ricordando anche che “ciascuno di noi ha doni diversi, secondo la diversa grazia che ci è stata data” (Rom. 12, 6) e questa diversità, mentre rivelava a ciascuno la propria insufficienza, creava la necessità dell’unione.
Il Padre Giacomo non solo ci era di insegnamento con le parole ma anche con l’esempio.
Una signora non più giovane chiese ed ottenne di parlare con l’Arcivescovo Giacomo. Fu esaudita e, nel corso del colloquio, gli espose una situazione di grave difficoltà e sofferenza, non solo sotto l’aspetto interiore, ma anche per un grave disagio fisico e materiale: aveva bisogno di aiuto. L’Arcivescovo Giacomo la confortò, cercò di sollevarla con parole di serenità e di speranza. Nel congedarla le diede, come gesto di tangibile aiuto, tutto ciò che aveva in tasca. Sergio,uno di noi ragazzi, poco dopo l’uscita della signora, entrò nello studio dell’Arcivescovo per avvisarlo che andava a fare la spesa e per chiedere, naturalmente, il denaro necessario. Il Padre Giacomo gli rispose: “Gli ultimi soldi che avevo li ho dati alla signora uscita da poco. Ne aveva tanto bisogno!” Sergio fece notare che per la giornata occorrevano generi diversi per preparare pranzo e cena. Al ché l’Arcivescovo gli rispose: “Speriamo che la Divina Provvidenza ci venga in aiuto; ed allora domani andrai a fare la spesa”.
Accompagnai il Padre Giacomo a Forlì ove doveva concludere la novena in preparazione ai festeggiamenti della Madonna del Fuoco. Nel ritorno a casa (in Arcivescovado), in macchina, dopo avere scambiato con lui le impressioni sull’incontro spirituale tenuto nel santuario Mariano, mi disse: “Sai Bertino (il nomignolo con il quale mi chiamava) il rettore del santuario è stato generoso; mi ha dato una consistente offerta e, mostrandomi l’assegno, soggiunse: “La nostra famiglia andrà avanti tranquillamente per un pezzo!”
La giornata era scandita da precisi importanti momenti: dall’assidua frequenza alle lezioni scolastiche, dall’impegno serio e costante nello studio, dalla preghiera familiare, da momenti di svago, dalla ordinata e puntuale presenza a tavola, dall’aiuto che ci si preoccupava di dare nell’ apparecchiare e sparecchiare e per le pulizie, dalla riflessione e dalla preghiera serale.
I momenti però che maggiormente sono rimasti impressi nel nostro animo e sui quali ritorniamo con la memoria piena di gratitudine, sono quelli trascorsi a tavola e nella riflessione che ci rivolgeva la sera.
Dov’è che la famiglia si attua realmente, concretamente? La risposta ce la dà l’Arcivescovo stesso: “Nella sala da pranzo ove i genitori non nutrono i figli solo materialmente ma anche spiritualmente, con il dialogo, gli insegnamenti. Lì la famiglia è veramente famiglia.”
La colazione del mattino, dopo la celebrazione della santa Messa, era consumata tutti insieme; poi ci si preparava per recarci a scuola. Una mattina d’inverno si era presentata, dal punto di vista meteorologico, in modo pessimo; il vento impetuoso e la pioggia che cadeva a dirotto, rendevano alquanto problematico il nostro recarci a scuola. L’Arcivescovo si preoccupò che fossimo tutti equipaggiati bene e provvisti di parapioggia singolarmente o in coppia: Pasquetta distribuì gli ombrelli che riuscì a racimolare; uno solo di noi, Franchetto, ne era rimasto sprovvisto e non poteva condividere con un altro del mezzo di protezione, perché la sede scolastica ove si doveva recare, era da tutt’altra parte rispetto a quella del resto del gruppo. Si cercò in ogni angolo della casa un altro ombrello ma senza risultati positivi. L’Arcivescovo che assisteva alla distribuzione senza tanti indugi si rivolse a Pasquetta e le disse: “Le dia il mio!”, “Il suo?” ribatté Pasquetta con una rispettosa espressione che stava fra l’interrogativo e il meravigliato, “Si il mio. Cosa ha di speciale il mio ombrello!?. Le dia il mio!”. Detto fatto, vi fu lo scambio dei saluti e l’augurio di buona giornata (nonostante il tempaccio) e ci si avviò a scuola.
E così fu che Franchetto andò a scuola con l’ombrello del Vescovo. Noi tutti un po’ di invidia l’avevamo: non è di tutti i giorni andare a scuola con l’ombrello del Vescovo.
Franchetto, ragazzo volonteroso, bravo, che si dedicava allo studio totalmente e con impegno tanto da distrarsi da qualsiasi altra cosa, quel mattino si incamminò anche lui verso la scuola, sotto una pioggia battente e con raffiche di vento che lo costringevano a farsi riparo con l’ombrello a mo’ di scudo e senza poter vedere avanti. Non si accorse che a cinquanta metri da lui vi era un rimorchio di autotreno fermo. L’impatto che ne seguì fu inevitabile: provocò la rottura dell’ombrello, resosi inusabile. Il malcapitato venne a casa disperato, si rivolse a me, mi raccontò l’accaduto e mi disse determinato: “Dammi il libretto: vado in banca, ritiro i soldi e compro un ombrello nuovo”. Cercai di convincerlo a soprassedere ad una soluzione così drastica, prima d’avere informato dell’accaduto il Vescovo. “No, no”, incalzò l’infortunato “Devo riparare al danno: procuro un ombrello nuovo”.
Biancini - Madonna con Bambino - Opera esposta al Museo della Fondazione Lercaro in Via Rivareno a Bologna
Agli alluvionati l’allora Ministero degli Interni, aveva concesso, per un certo periodo, un piccolo sussidio giornaliero di 250 lire al giorno. Tale sussidio veniva dato anche a noi, e noi ci sentivamo in dovere di darli al capofamilia, ma il Padre Giacomo non li volle; volle invece che noi li versassimo su un libretto di risparmio e si diceva compiaciuto se al termine della nostra permanenza in Arcivescovado, rientrando in famiglia, avessimo portato anche un piccolo gruzzolo.
Franchetto andò con il libretto in banca, comprò l’ombrello e lo ridiede a Pasquetta. Si era soliti, dopo cena, prima delle preghiere serali e prima di andare a riposare, soffermarci nella grande sala da pranzo per stare un po’ insieme, parlare delle cose della giornata, della scuola, ecc.
L’Arcivescovo aveva osservato che si bisbigliava fra di noi, quasi dovessimo confidarci cose che non si dovevano sapere; si parlava a mezza voce del “fattaccio”, cioè della rottura dell’ombrello e di quello che è successo dopo. Egli si incuriosì e captando qualche frase domandò: “Cos’ è successo? Potete mettere al corrente anche a me delle vostre avventure?”. Alle sue insistenze, qualcuno di noi raccontò l’accaduto. L’Arcivescovo ascoltò , prima un po’ divertito per la scenetta dell’impatto senza danno alla persona, poi al racconto di quello che seguiva divenne man, mano sempre più serio fino a rabbuiarsi e a redarguire Franchetto che rimase male, ma nello stesso tempo lo abbracciò affettuosamente e gli disse: “Questa è una famiglia, non un collegio! Perché non ti sei confidato con chi ti vuole essere Padre?”
La casa, la Famiglia, non era ricca, ma modesta. A tavola, caratterizzata da una sobrietà evangelica, non eravamo serviti, giacché nella famiglia dell’Arcivescovo Giacomo non esistevano servitori, ma familiari. Abbiamo imparato la bella abitudine di essere al servizio l’uno dell’altro. A turno perciò, noi giovani ci si alzava da tavola per espletare un servizio che ci onorava. Svolgevamo, a turno e secondo le disponibilità di tempo che i doveri dello studio ci permettevano, anche il servizio alla porta centrale dell’Arcivescovado. Si accoglievano e si annunciavano i sacerdoti, le personalità religiose e civili e quanti altri si recavano in udienza. Mi capitò spesse volte di annunciare ed introdurre dall’Arcivescovo l’editore di Genova Solari, che veniva a ritirare i manoscritti sulla liturgia che il Padre Giacomo preparava e a consegnare i frutti delle vendite di quelli già editi. Frutti che anche questi servivano per fare andare avanti la Famiglia.
Nelle riflessioni serali, prima del riposo, l’Arcivescovo Giacomo, amava intrattenerci conversando su temi che più interessavano noi giovani; la scuola, lo svago, il rapporto con gli amici, i colleghi di studio, i vari aspetti della quotidianità. Sapeva comprendere, aiutare, spronare tutti a migliorarsi sempre. Sapeva farsi giovane con i giovani.
L’esemplarità della nostra vita familiare, come esigenza del nostro vivere cristiano, costituiva uno degli aspetti più importanti che caratterizzavano la singolare comunità in Ravenna.
Leggo dagli appunti delle riflessioni: “Dobbiamo vivere la disponibilità in spirito di servizio, in reciprocità e scambio per tutto ciò che è necessario e utile; in cui tutti lavorano per tutti, ogni volta che uno lavora per l’altro o per tutti e viceversa. Il carattere di questo servizio è profondamente, autenticamente cristiano; non possiamo dimenticarlo, né trascurarlo. Se non lo facessimo, scristianizzeremmo la nostra comunità, perché vivremmo egoisticamente: cioè ognuno vivrebbe per sé”.
Ed ancora: “La nostra vita, la nostra condotta, la nostra parola, quando occorra, devono essere testimonianza al Vangelo, quasi una traduzione concreta del Vangelo, in maniera che il nostro vivere, il nostro parlare, i nostri atteggiamenti, la concretezza del nostro esempio, la disponibilità del nostro servizio, la generosità della nostra comunione, siano veramente di illuminazione agli altri,….“
Il suo affetto non era esclusivo per noi: amava i suo preti. In una parrocchia sperduta del ravennate, molto povera, era morto dagli stenti e dalla fame il sacerdote; questo fatto lo rattristò profondamente tanto da prendere una decisione che non piacque a diversi parroci. Mise in comunione i beni dei benefici delle parrocchie perché vi fosse una concreta comunità e procedere così ad una equa distribuzione in modo da evitare che vi fossero parrocchie ”benestanti” ed altre che mancavano del minimo sostentamento.
Nei giorni stabiliti, era solito protrarre le udienze per sacerdoti e parroci fino alle quattro del pomeriggio e andare a pranzo a quell’ora. Alle parole della sorella Teresa che gli faceva notare che, a lungo andare, la cosa sarebbe diventata nociva per la sua salute, rispondeva: “Teresa! Non posso non ricevere sacerdoti che vengono da parrocchie molto lontane, magari di montagna e che attendono tutta una mattinata per parlare col loro Vescovo!”
continua….
Bologna, 17 settembre 2007
UMBERTO BEDENDO



