I Ragazzi del Cardinale (2)
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Era la vigilia di Natale e fin dal mattino le strade brulicavano di gente indaffarata a fare le ultime compere, a trasportar regali, alberi di natale, a completare addobbi e quant’altro serviva per prepararsi alla bella festa dell’anno. Quel giorno il caratteristico frastuono della città in movimento era attutito da un manto di neve che cadeva in modo persistente e fitto, già da qualche ora. L’Arcivescovo guardò fuori dal finestrone della veranda, poi rivolto ad Enzo (uno di noi ragazzi) disse: “Oggi pomeriggio verrai con me? Andremo a trovare alcuni sacerdoti che sono venuti nella nuova parrocchia di Madonna del Lavoro: sono Guanelliani”. Così nel pomeriggio, verso le diciassette, salirono in automobile equipaggiata di catene alle ruote, e si recarono nella zona della Foscherara. In un terreno ancora spoglio da costruzioni, indicando a chi lo accompagnava un pre-fabbricato, il Padre Giacomo disse. “Ecco quella è la chiesa provvisoria, dove sorgerà la definitiva della nuova parrocchia”. Entrarono: i sacerdoti che stavano preparando per la Veglia della Santa Notte al vedere l’Arcivescovo gli corsero incontro e commossi lo ringraziarono per la visita inaspettata. Vi fu uno scambio di auguri e nel congedarsi, l’Arcivescovo donò loro alcuni panettoni. Lascio immaginare il conforto, la gioia che quella visita portò a quei “guanelliani” che da pochi giorni erano venuti nella città petroniana.
Bassani: Il cardinale Lercaro - Opera esposta al Museo della Fondazione Lercaro in Via RivaReno a Bologna
Ci si chiederà: Ma chi provvedeva al sostentamento della famiglia? È presto detto: l’Arcivescovo stesso. Moltissimi furono gli atteggiamenti e le attenzioni che ebbe per noi giovani e che ci dimostrarono la sua grande paternità.
Un episodio fra tanti. Quando fu nominato alla sede Arcivescovile della Diocesi di Bologna, egli si preoccupò - andando di persona alla Congregazione dei Riti in Vaticano - perché fosse spostata la data di presa di possesso, a dopo la conclusione dell’anno scolastico. Ci permise, così per quell’anno, di concludere gli studi in tranquillità.
Il proposito di educare i giovani alla proprietà e al decoro, che devono caratterizzare una casa cristiana, portò l’Arcivescovo, impegni pastorali permettendoglielo, a controllare nei vari ambienti della casa (e con occhio fine) come i ragazzi avevano fatto le pulizie. La Famiglia non doveva essere considerata un pensionato, o un collegio; ma “Famiglia di Dio” dove ciascuno concorre a renderla ordinata, pulita e ospitale.
Sono entrate nel nostro animo, vorrei dire nella nostra carne, le sue paterne e al tempo stesso incisive parole e le sue esortazioni: “Soprattutto sia sempre presente ad ognuno e in modo particolare a chi ha compiti di paternità, che la nostra Famiglia nasce dall’Altare come logica illazione del gesto del tutto familiare con cui il Signore, per mano del sacerdote, spezza ai suoi figli il Pane della vita: la mensa quotidiana, la vita fraterna sono la conclusione razionale della celebrazione eucaristica: se condividiamo i beni celesti, come non condivideremo coi bisognosi i beni terreni? (Didachè, IV,8). L’Eucaristia è quindi la sorgente, l’anima e la ragion d’essere della nostra Famiglia : Tutti, benché molti, siamo un corpo solo quanti partecipiamo dell’unico Pane spezzato……(I Cor.X,17)”.
La Famiglia che egli voleva non lo distolse minimamente dal suo impegno pastorale. Indomabile la sua passione per la liturgia, e per il cuore della liturgia che è la Messa. Sosteneva che: ”Al centro della vita domestica, prima fra tutte le più legittime esigenze e, non un numero fra altri numeri, ma cardine della Famiglia e suo fondamento è dunque la S. Messa. Nulla pertanto può trascurarsi o sottovalutarsi di quanto giova a favorirne la conoscenza più profonda ed una più intima e vissuta partecipazione. La partecipazione quotidiana alla santa Messa non è dunque, né può essere un obbligo nella nostra casa: è una necessità di vita, come il quotidiano cibo e il quotidiano riposo notturno, che si lasciano soltanto per forza maggiore”. Nasce di qui che lo spirito della S. Liturgia è per questa ‘ Famiglia di Dio ’ non elemento periferico, ma realtà sostanziale che ne illumina e indirizza gli atteggiamenti; atmosfera connaturata, in cui la Famiglia respira e cresce.
Da Roma, il 22 ottobre 1962, così scrive ai ragazzi in casa:
”Miei carissimi figlioli,[…..] Oggi, mentre io ero in Commissione, D. Nucci si trovava in anticamera e c’era pure il segretario del Card. Albareda; è un benedettino di Monserrat e disse che era stato a Bologna e che, entrato nella Cappella nostra, aveva appena trattenuto le lacrime dalla commozione; non gli era mai capitato di vedere espresso così significativamente il senso comunitario della Messa: sapeva anche che sopra la cappella c’è la sala da pranzo….Vedete bene come siamo esposti agli occhi di tutti! È per un lato una cosa bella e per l’altro molto impegnativa.[…..]”
Nei colloqui serali amava spesso parlarci della santa Messa: “La Messa, questa grande realtà sempre così feconda e purtroppo, confessiamocelo, da molti ignorata. Voglio dirvi che voi dovete amarla. È il sale della nostra vita, sapete! È la S. Messa che per tutti è il cardine sul quale si appoggia tutta la nostra vita cristiana. E se noi entriamo nel mistero della Messa e riusciamo a vederne qualcosa noi sentiamo per la Messa un amore profondo. Non sarà più essa un obbligo per noi, sarà un bisogno del nostro spirito, che vi sentirà la sorgente della sua forza, la luminosità della sua fede, lo slancio della sua carità. Sentirà la fraternità, lo spirito di fraternità profondo, radicato nel cuore di Cristo. E quindi non mai superabile neppure dagli egoismi e dagli odii degli altri ; seppure ci fossero. E vi sentiremo la luminosità della nostra speranza. La Messa nutre tutta la vita cristiana, tutta la nutre, tutta la sorregge, tutta la incoraggia. La formazione dei figli alla vita familiare, professionale e sociale si radica e si alimenta nella vita liturgica, concepita come rapporto vivo e concreto della comunità terrena col Padre dei Cieli in Cristo e per Cristo, fratello primogenito; e, in Cristo, rapporto fraterno, soprannaturale, altrettanto concreto e vivo, tra i membri della Comunità stessa”.
Nel foglietto di meditazione (che preparava ogni mattina e appendeva alla porta di entrata della cappella) del 29 maggio 1960 espone questo pensiero:
“Una famiglia non è un aggregato di persone ciascuna delle quali cerca il proprio interesse o il proprio gusto; ma è la fusione, operata dall’amore e nell’amore, degli interessi e dei gusti di tutti nell’interesse comune e nella comune gioia.
Ogni atto di individualismo è un’incrinatura, di cui risente la solidità di tutta la famiglia”.
Pellini: La risurrezione - Opera esposta nel Museo della Fondazione Lercaro di Bologna in Via Rivareno
Nell’incontro in occasione della festa di Famiglia del 16 marzo 1966 così ci parlò della Casa:
Riporto ampiamente quelle parole, fondamentali per la piena comprensione di quella esperienza.
“Che cosa dunque vi dirò della casa? Ecco: vi dirò anzitutto di cercare che la vostra casa sia bella.
Non vi dico una casa ricca; oggi non pensiamo ricche, tanto meno sontuose , neppure le chiese che sono la casa di Dio e la porta del Cielo; ma belle, decorose, accoglienti e funzionali, sì.
Abbiate questa ambizione, questa preoccupazione e questa cura: che nulla vi sia di banale in casa; ma quel poco che vi è (non occorre sia molto, una casa come una Chiesa – lo vedete bene oggi questo principio si afferma – non deve essere un museo) sia bello, decoroso, di buon gusto. Perché anche questo è educativo, per voi anzitutto e per i vostri figli.
Per voi è un mezzo ulteriore – non il primo, siamo ben d’accordo – ma un mezzo ulteriore per affezionarvi alla vostra casa; per i vostri figli sarà lo stesso, oltre che una preparazione alla vita, una iniziazione in fondo culturale, di quella cultura umana, che pure è un’istanza della buona convivenza nel mondo.
Ve lo dicevo poc’anzi, neppure le chiese oggi le pensiamo sontuose come si pensavano nel passato; ma che tutto quello che vi sarà nella nuova casa sia bello, non vi siano cose mence, dozzinali; che vi sia una proprietà, un decoro, una funzionalità. Questo lo dobbiamo considerare un dovere.
Ma, detto questo, io vi dirò: non soltanto la vostra casa sia bella, ma sia ordinata. E dicendo ordinata voglio cominciare dall’ordine esteriore: una casa, dunque, dove tutto è in ordine, dove cioè ciascuna cosa ha il suo posto e può sempre trovarsi; dove tutto è pulito, dove non si rivela traccia di disordine e di trascuratezza. Ma vado però avanti; e partendo da questo ordine materiale, che è il riflesso e indice dell’ordine interiore, vi dico: la vostra casa sia interiormente ordinata. Ci sia cioè quella convivenza serena, pacifica, che non può riposare se non sul rispetto dei diritti e delle esigenze legittime di ciascuno, perché la pace è la tranquillità nell’ordine, ha detto sant’Agostino, ed è questa la definizione di pace accettata da tutti: tranquillità nell’ordine. Per avere una convivenza pacifica ci vuole, quindi, una convivenza ordinata e per avere una convivenza ordinata occorre che le esigenze, le istanze, possibilmente anche i desideri di ciascuno, siano considerati e rispettati: vicendevole rispetto, dunque, e desiderio sincero di andarsi, l’un l’altro, incontro.
Da questa concezione ne deriva anche un’altra che è profondamente evangelica: lo “spirito di servizio”, che tante volte vi ho ricordato e vi ho inculcato e che ha la sua profonda radice nell’esempio stesso di Gesù, che di sé dice: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”; e per servire fino a dare la vita.
Lo spirito di servizio reciproco, del marito nei confronti della moglie, della moglie nei confronti del marito, dei genitori nei confronti dei figli, dei figli nei confronti dei genitori; questo spirito di servizio è una garanzia sicura dell’amore, anzi è l’espressione più vera dell’amore, l’espressione che Gesù stesso ha sottolineato nell’ultimo giorno della sua vita mortale, quando ha dato il “Suo” e “nuovo” comandamento, il comandamento dell’amore. “Amatevi come io ho amato voi” e per indicare quale era il suo amore lo esemplò in un gesto di servizio: lavò i piedi agli apostoli, traducendo così quello che già aveva detto; che chi è più in alto, più deve servire e l’amore si esprime nel servizio spinto fino al limite, fino a dare la vita……



